Frankenstein di Mary Shelley: edizioni

È sempre stata nota la circostanza in cui l’autrice concepì l’idea di quest’opera. Fu un’estate davvero umida e piovosa quella del 1816, che costrinse un gruppo di amici a rinunciare alle abituali e rilassanti passeggiate lungo le rive di un lago svizzero. Il gruppo di amici era composto da Lord Byron, Percy Bysshe Shelley, Mary Shelley e la sorellastra Claire Clairmont. Una particolare sera di giugno, a causa di un forte temporale, si riunirono nella residenza di Byron – Villa Diodati – intrattenendosi con storie horror. Fu allora che il barone sfidò tutti a scrivere una storia d’orrore. Byron lavorò sulla storia The Burial, che lo stancò presto; Percy Bysshe Shelley scrisse un frammento che lasciò incompiuto: The Assassins; Mary, invece, inizialmente priva di ispirazione, fu l’unica a portare a termine la sua storia. E dalla sua penna scaturì Frankenstein.

Nella sua introduzione all’edizione del 1831, Mary Shelley dichiara di aver trascorso giorni nel tormento per la totale assenza di ispirazione. L’idea di una storia in grado di suscitare brividi d’orrore nacque, dunque, la notte dopo una conversazione tra Byron e Percy a cui Mary assistette. I due poeti discussero riguardo ad alcuni esperimenti di Erasmus Darwin, nonno paterno di Charles Darwin, e a proposito della possibilità di rianimare i morti secondo le teorie del galvanismo. Passando la notte in bianco, l’autrice fu invasa da immagini sorprendenti e spaventose.

Quando la mattina dopo mise per iscritto il suo sogno ad occhi aperti, il marito la incitò a sviluppare quell’idea terrificante e originale, non limitandola alla forma di un breve racconto. Un anno dopo quell’episodio, Percy Bysshe Shelley revisionò il romanzo, che nel 1818 fu rifiutato dal primo editore a cui venne sottoposto. Il mese successivo fu accettato dalla Lackington, Allan and Company, una casa editrice che prediligeva storie d’occulto. Frankenstein, pubblicato anonimo in tre volumi e accompagnato da una prefazione di Percy Shelley, non fu subito un successo: ricevette non poche recensioni negative a causa dei temi trattati, prima di venire accolto positivamente dal pubblico. Walter Scott, scrittore scozzese di notevole successo, recensì il romanzo lodando le capacità espressive e la grande immaginazione del presunto autore.

Nel 1823 ne fu ricavata l’opera teatrale Presumption, or the Fate of Frankenstein e nel 1831 fu ripubblicato in seguito ad una revisione dell’autrice, che inserì anche una sua prefazione all’opera.

Nonostante asserisca il contrario, con l’ultima revisione Mary Shelley ha apportato alcuni cambiamenti. Non è mai stata segreta la sua tragica vita familiare: nel 1815 perse la prima figlia; nel 1816 morì sua sorella Fanny Imlay; a dicembre la prima moglie di Percy Shelley si uccise, incinta del loro terzo figlio; nel 1818 morirono i figli di Percy e Mary, Clara e William (da cui prende il nome il fratellino di Frankenstein ucciso dalla creatura); nel 1821 ebbe un aborto spontaneo quasi fatale; nel 1822 perse suo marito. Questa lunga serie di disgrazie condizionò inevitabilmente la sua produzione letteraria, compresa la storia di Frankenstein nella sua interezza. Si osserva un considerevole cambiamento anche in altri dettagli e negli aspetti in cui si può riconoscere la stessa Shelley. Il personaggio di Elizabeth viene modificato: gli occhi color nocciola diventano blu e i capelli chiari. Nell’edizione del 1831, inoltre, il libero arbitrio di Frankenstein diventa “destiny”, una forza che lo governa e che lui non riesce a controllare. Quella pubblicazione, infatti, contiene riflessioni di maggior pessimismo sulla tragicità della condizione umana.

Fonte: tesi di laurea triennale “Frankenstein: da Mary Shelley a John Logan” di Martina Battistelli.

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