Caos digitale

di Erika Titocci

In un mondo contaminato dall’odio e dall’intolleranza verso gli altri esseri umani il comportamento di reazione è quello di mettersi sulla difensiva e, in casi estremi, di passare al contrattacco.

Facendo un passo indietro, eventi come la crisi economica del 2008 e le forti ondate migratorie hanno sconvolto l’assetto economico e sociale del mondo.

Questo caos ha portato la popolazione a voler trovare a tutti i costi un nemico, un capro espiatorio su cui riversare tutta la frustrazione e la rabbia accumulata.

Spesso sono gli stessi politici a generare l’odio e a fornire l’alibi, ciò è accaduto anche in occasione della visita del Ministro degli Interni, Matteo Salvini, a Cagliari.

Come riporta la giornalista Claudia Torrisi su valigiablu.it, a seguito del post su Facebook pubblicato dal politico si sono scatenati commenti d’odio e sessisti, circa undici mila, verso quelle donne che sono scese in piazza a manifestare il proprio disappunto.

L’inazione da parte degli amministratori della pagina e dello stesso titolare di non rimuovere il contenuto né eliminare i commenti offensivi sono stati presi come una dichiarazione d’assenso implicita verso questo comportamento.

Un altro sistema in cui lo stesso politico ha scelto di generare caos e schieramenti è la pubblicazione di offese e insulti rivolti al suo gruppo politico o alla sua persona mettendo alla gogna mediatica i responsabili, facendosi “giustizia da solo” senza porre dei filtri o mettendo dei paletti ai difensori del web.

In questo modo ciò che si ottiene è solamente la diffusione di altro odio.

Ma l’odio non è selettivo, riguarda tutti.

Sono sempre più frequenti quelli che vengono definiti come hate speech e hate crime che utilizzano i social come via preferenziale. Questo odio è alimentato ancora di più quotidianamente dalla pubblicazione di notizie che poi si rivelano bufale.

Le testate giornalistiche sono le prime a non filtrare la notizia per resistere in un mondo in cui tutto deve essere pubblicato all’istante. Non c’è tempo per controllare, il mondo va troppo veloce e bisogna battere la concorrenza sul tempo.

Un esempio di bufala sfociata in hate speech lo ritroviamo nel 2013.

Silvia Bencivelli, ex collaboratrice de La Stampa, aveva iniziato un’inchiesta su una delle teorie del complotto più in voga negli ultimi anni: le scie chimiche. All’origine di questa storia si cela una bufala, nel 1997 alcuni americani diffusero la credenza che le scie di condensazione lasciate dagli aerei sono create per avvelenare la popolazione poiché intrise di sostanze chimiche. A seguito della pubblicazione la giornalista è stata bersagliata da email minatorie anche a sfondo sessista, uno tra questi odiatori fu un certo Benciveli poi rintracciato e punito per diffamazione. Tutti gli altri restarono impuniti.

L’ hate speech resta un crimine senza legge.

Ad oggi l’hate crime è molto diffuso, soprattutto in relazione ad un’altra piaga sociale che sta prendendo sempre più piede nel nostro paese: il cyberbullismo.

I giovani sono sempre più fragili e sotto attacco, anche una semplice antipatia scolastica può sfociare in un continuo pressing mentale sul web.

E’ proprio qui che i commenti degenerano e colpiscono le fragilità dei ragazzi.

Un “luogo-non-luogo” che dovrebbe essere stimolo per la socializzazione in realtà si rivela fonte di ansia, di attacco che può portare anche alla morte. Dove ci sono ragazzi che decidono di parlare, molti altri invece si tolgono la vita o compiono gesti estremi in quanto non riescono più a sostenere questa pressione e questa cattiveria.

Ne è un esempio la storia di una ragazza di 14 anni (fonte: Repubblica.it), si suicidò buttandosi da un palazzo dopo che per giorni ricevette insulti pesanti sui propri profili social dove alcuni dei suoi coetanei postarono un video che la ritraeva ubriaca e priva di sensi e soggetto di un rapporto sessuale simulato.

Qui non si tratta di fake news ma di verità. Una verità in cui i social amplificano i messaggi d’odio e di intolleranza, dove tutto diventa virale, “popular” e “trend”.

Un rapporto dell’OMS del 2010 ha analizzato le fonti di questo odio per cercare di prevenirla, per capire quali sono le credenze culturali e sociali che autorizzano e supportano questi comportamenti di violenza estrema.

Secondo un’analisi dei social Facebook è quello che permette una maggior diffusone dell’odio e soprattutto consolidazione attraverso la formazione di pagine e soprattutto di gruppi chiusi in cui gli haters non trovano degli oppositori. Non esiste possibilità di dialogo, né di controllo se non da parte dello stesso social network che però agisce dopo diverse segnalazioni.

Il seme dell’odio può così crescere indisturbato, in un contesto confortevole e a propria portata dove nessuno contraddice ma aggiunge elementi a supporto di questo sentimento negativo.

Twitter è invece il social dell’odio per eccellenza, in 280 caratteri si pubblica quello che si pensa, spesso anche senza ricontrollare. La brevità dei post favorisce l’uso di termini forti e d’impatto che colpiscono subito chi li riceve.

Instagram dal canto suo è generatore di sentimenti quali invidia in quanto lo scopo principale è l’ostentazione attraverso immagini accompagnate da didascalie. Gli haters rispondono spesso con profili fake, senza nome e senza faccia, rintracciabili solamente tramite gli indirizzi IP.

Ma come abbiamo riportato sopra per il caso Bencivelli, è difficile che questi siano puniti. Purtroppo l’iter giudiziario è ancora troppo lungo e la legislazione ancora non prevede norme ad hoc in grado di fermare questa violenza in diffusione.

E’ però stato analizzato un dato importante: dove la legge riconosce e punisce nel mondo reale, il mondo virtuale risponde con più cautela e una sorta di autocontrollo.

Ne sono una testimonianza i dati raccolti sull’omofobia e su altri attacchi rivolti a minoranze religiose e sociali esistenti (fonte: voxdiritti.it )

Tra il 2016 e il 2017 sono stati pubblicati circa 6.544.637 tweet discriminatori, la maggior parte dedicati all’islamofobia.

L’osservatorio italiano dei diritti ha analizzato il problema dell’omofobia sentendo il parere dei diretti interessati che indicano internet come il terzo luogo prediletto da cui si diffondono le offese, preceduto da scuola e cerchia di amici.

I tweet più ricorrenti contengono parole come “frocio”, “checca” e “finocchio”.

Un miglioramento in questo caso è avvenuto grazie al riconoscimento dei diritti civili che hanno ridimensionato il problema anche se di poco.

Il problema del caos digitale ancora persiste ed è difficile da combattere in un luogo, come il web, dove c’è poco controllo, nessuna censura e soprattutto una forte libertà di parola dove ognuno può sentirsi libero di dire quello che vuole che siano notizie false o vere, che siano opinioni fondate o meno.

L’importante resta dire la propria, comunicare il proprio dissenso e trovare qualcuno da attaccare per liberarsi di tutte quelle frustrazioni che il mondo contemporaneo ci riserva.

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