Il simposio degli ottusi

di Naomi Giudice

In principio era il Verbo, e ne vien da sé che non sia affatto un caso se dal tempo dei tempi sia stato affidato alla parola il ruolo di testimone privilegiato nel  processo di conservazione della specie. Apprendimento, auto-percezione, conoscenza, comunicazione: attraverso l’atto del dire l’uomo impara a prendere le misure con l’ambiente circostante e con gli altri nutrendosi al banchetto comunitario della narrazione. Un patrimonio sacro e profanato dall’usura del passaparola odierno sempre più scostumato (nell’accezione letterale di carente di cultura) e compromesso con gli interessi economici e politici imperanti nella bolgia del III millennio.

Vox populi vox dei: la ‘’voce’’ sale in cattedra a dettare la ricetta più vecchia del mondo, l’impasto della diceria che affonda la sua tradizione nell’esigenza antropologica di condividere un messaggio simbolico e verosimile, adatto a romanzare il substrato di realtà sotto l’aura confidenziale del mistero per  innaffiare il seme di un sentimento comune, animato dalla fede in un racconto. Sradicata dalla sua origine coesiva ma ancora intimamente legata ad un consumo popolare che la investe di una sorta di esorcismo, la chiacchiera si trasforma da companatico socializzante e antidoto contro l’irrazionale nel pane quotidiano di un’informazione perversa, tanto avvezzo al semplicismo casalingo e ai famelici impazienti di rimpinzarsi lo stomaco e riempirsi la bocca. La leggenda metropolitana, quale strumento affascinante di astrazione rassicurante dell’ignoto, sorpassa la trattazione di temi ostici da addomesticare alla comprensione per ergersi a organo di erudizione asservito al potere e instradare l’opinione pubblica verso correnti di pensiero che sostengano la concorrenza partitica e i circuiti di mercato.

Se in un piccolo paesino della Scozia quasi due secoli fa  anni fa la visione di una fantomatica creatura acquatica nel lago divenne il pretesto per adottare nell’immaginario collettivo la paternità di un mostro a cui fu attribuito l’appellativo di Nessie, nell’epoca delle fake news al contrario è a partire da nomi e cognomi di personaggi e di brand che si sviluppano trame filmiche di antagonismo, imputazione e propaganda subliminale. L’immaginazione come equipaggiamento di integrazione socio-ambientale si brutalizza in un espediente diabolico di manovramento delle coscienze.

Un amalgama di ingredienti malleabili e grezzi sottoposti a sofisticate tecniche di lievitazione sforna pseudo- argomentazioni irresistibili, da intingere nei  contenitori di dibattito civico: circoli, bar, per non parlare del calderone ribollente dei social. In divisa di notizia attestata, il falso gode del ritmo celere della navigazione online per  aggirare a colpi di touchscreen  le doverose procedure di  verifica, e cavalcare indomitamente gli umori rivendicativi di colpevoli e obiettivi. Paramento discriminante di una comunicazione efficiente diventa non la verità ma il gusto.
Saltando a pie’ pari l’esercizio di un vaglio critico va in scena l’involuzione deteriore della diceria, non più accessorio creativo di un tavolo imbandito di spiegazioni e rimedi ma portata principale di un aggiornamento frugale – perché il pasto dell’informazione 2.0 è un piatto che va servito caldo e inghiottito crudo, senza tempi di cottura da perdere in se e ma.

Anche organicamente il trapasso è sensibile: da un genere di metabolismo lento che per epoche ha contraddistinto  il decorso storico di ogni paese, compartecipato da cittadini in carne, lotta e ossa, si passa alla digestione nervosa e a tratti isterica della generazione internauta, ruminante di un chiacchiericcio incessante, smaltito giorno dopo giorno per far posto allo spuntino di un post più appetibile da ingurgitare. Allo stesso modo i processi cognitivi si impigriscono, abbandonando la pratica dell’approfondimento per accontentarsi di recepire passivamente derive di attualità malconcia da mandar giù tutto d’un fiato prima ancora di individuarne la connotazione, solo annusandone la scia di biasimo per qualche illecito casuale da spedire alla gogna.

La salute del nostro giudizio è intaccata dall’abuso sconsiderato di junk news, appesantita dall’insistenza di tesi incalzanti e alibi soporiferi, tanto insaporita quanto resa vulnerabile a pulsioni di rabbia sconclusionata e bulimia ideologica. Alla mensa dis-informativa delle bufale viene intossicata tutta una classe di soggetti deboli  a cui si aggiungono gli ‘’indecisi’’ e i riottosi, mentre i meno sprovveduti si annoiano a smascherare gli inganni che affollano le bacheche Facebook e le homepage di improvvisate fonti  giornalistiche, prendendo atto sempre più indolentemente che tale servizio di fake finger-news, impiattate su schermi a cristalli liquidi, abbuffi chi ha fame di frottole ma non sfami chi ha denti per masticare la verità.

Attraverso la registrazione di preferenze e abitudini degli utenti, multinazionali e servizi di spionaggio governativo sono in grado di attingere i requisiti di partenza per escogitare lanci di trend con cui incentivare gli acquisti e riprogrammare la produzione industriale oltre che, su un piano politico, impartire direttive e invettive oculate per reindirizzare l’elettorato. Mode, fenomenologia virale, complottismo, retorica populista, scandali da scaldare al microonde per ledere il prestigio di enti scomodi: ogni boccone avvelenato è ammesso al buffet della rete dove pullulano i fantasmatici segnali di un condizionamento latente con cui la mensa informativa intossica i suoi clienti voraci.
Cittadini fagocitanti di qualsiasi morso di accusa e compulsivi dell’indignazione da piazza deglutiscono con sadismo ultim’ore tanto più acri quanto più golose, allenando le lingue allo sproloquio senza badare all’intorpidimento delle loro papille gustative, incapaci di discernere la fiction dalla cronaca, l’inchiesta dal caos. Accalcandosi sul tozzo rancido della divulgazione impartita da testate online senza scrupoli né faccia, l’utente medio trattiene in bocca il retrogusto agrodolce della bugia per rimpinguare la sua impotenza e a confermare, senza saperlo, il marciume di una società in cui addirittura il diritto alla libertà è contaminato. Oggetto appetibile nelle grinfie di un sistema che getta in pasto ai lettori un’informazione deformante, rendendoli obesi di notizie  e anoressici di sapere.

Ne deriva un mutamento degenere per gli habituè di un servizio di indottrinamento imbastito di statistiche addizionate e eresie prelibate, abilmente confezionate in stagnole accecanti o pellicole che opacizzano il fondo di aderenza al reale. Psicosi collettive, lotte di classe, una disarmante posizione di subordinazione alle ingerenze schiaccianti dei social media manager: cause ed effetti si mescolano e suggestionano a vicenda sicchè serpeggia nelle masse la sensazione felpata di essere nell’occhio di un mirino micidiale, come cavie da laboratorio alla mercè di progetti di escalation  che non si premurano di fare i conti con l’etica. Viene a configurarsi  un regime di negligenza giornalistica e dominio dell’aberrazione che si adagia nel solco di un’ulteriore declinazione di digital divide: quella che separa chi strumentalizza i contenuti da chi li subisce, i padroni dalle vittime, gli ami dalle esche.

Gli chef demoniaci dell’informazione fasulla continuano ad apparecchiare il simposio per l’avvelenamento delle coscienze, sotto le mentite spoglie di un catering di ultimissime ore o segreti di stato, e  al buffet dell’affabulazione il popolo, cresciuto a pane e credenze, si precipita a tracannare croccanti menzogne e squisite panzane così gratuite, mediocri e appetitose da leccarsi i baffi di un’ignoranza irrisolta.

La lettura come atto volitivo si svuota della sua intelligenza per limitarsi alla memorizzazione sterile e a breve termine di un canovaccio che ingolfa le conversazioni di luoghi comuni. Clichè sazianti come mollica per sopperire alle carenze di una dieta povera di proteine, nutriente primario del nostro cervello e fonte di energia muscolare per intraprendere un orientamento sensato e consapevole.

La trasmissione orale di storie trasloca dagli albori della contrattazione sociologica al crepuscolo dell’impero digitale, concretizzandosi nell’etere sottoforma di titoli in grassetto degni  di un’attenzione frettolosa e subitaneo share che, come recita il detto di una proverbiale gatta (tanto per tornare al senno di quel repertorio popolare) genera lettori se non ciechi senz’altro miopi, capaci di intercettare  la segnalazione di fatti ma non il sottotesto che le degrada.

Le parole ‘’volanti’’ e magiche della narrazione leggendaria planano su piste di atterraggio in formato pixel per dar credito alla loro evanescenza, attentando al prestigio dell’informazione a banda larga: è questa la più fuorviante evoluzione del mezzo stampa che promuove la frottola a prodotto di sapere scadente.
Verba volant, scripta panis cum veneno sunt . E il giornalismo muove le eliche di un mulino mostruoso e contaminato.

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