L’informatica e i suoi mali

di Tecla Clarissa Maulella – Parte I

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Appartenere ad un mondo significa farne parte e vivere al passo con i cambiamenti. Possiamo dire che la nostra esistenza gira attorno a continue analisi del nostro tempo, del nostro spazio e soprattutto della nostra persona. In base a molte situazioni l’uomo si è trovato a dover competere con la propria persona per appacificarsi con tutto ciò che lo circonda e soprattutto con sé stesso. Se prima aveva a che fare con qualcuno più forte fisicamente poi arriva ad aver paura del “potere” metaforico, fino a temere sé stesso e le sue invenzioni. L’informatica è la forma che più ha aiutato l’uomo ad evolversi in maniera mentale ed intellettuale, fino a distruggerlo sentendosi solo un semplice numero.

Tutto ciò che noi immaginiamo e supponiamo deriva dal fatto che siamo in continua evoluzione. Si dice che il peggior nemico di noi stessi sia il nostro Io. L’informatica non è nient’altro che una forma a disposizione per impadronirci di conoscenze (spesso sottovalutate) e che molto spesso usiamo per compromettere la nostra cultura. L’informatica è lo strumento dato a disposizione per avere anche un’“intelligenza artificiale”, sperando di poterla utilizzare al meglio. Nasce per facilitare le nostre scelte di vita, incrementare le nostre conoscenze, diventare più socievoli in un mondo dove l’attività sociale di per sé è molto importante nella nostra vita, di lavorare rimanendo aggiornati, di conoscere le realtà lontani dalla nostra casa, e soprattutto renderci migliori. Con quest’ultima opzione si rimanda al fatto che noi abbiamo sempre avuto bisogno di cercare o, molte volte, creare una figura migliore da poter inseguire ed imitare. L’uomo manca di autostima per arrivare a voler imparare da figure superiori. C’è chi crede in un Dio, chi crede in filosofie personali e chi ancora venera oggetti per avere fortuna e ricevere una via di salvezza. L’informatica dovrebbe renderci migliori? Dovrebbe, in un certo senso, farci raggiungere più facilmente tutti i traguardi possibili per migliorare uno stile di vita. Qualcosa sarà sfuggito di mano, in quanto questa “lunga strada felice” sembra ci abbia portato all’abbandono di noi stessi.
Ricorderemo senz’altro il primo computer, la nostra prima chat e quanto fosse “innovativo” dire di aver letto le prime notizie su Internet. Ricorderemo storie quasi “macabre”, potevano sembrare, di conoscenti che grazie alle chat volevano incoronare il loro sogno d’amore oppure di quanto potesse sembrare “ricco” impegnarsi in un lavoro dove non bisognava muoversi ma rimanere vicino ad una scrivania e usare il computer come unico strumento.

Se oggi se ne riparlasse spesso magari si riderebbe ancora. A distanza di pochi anni abbiamo fatto passi enormi. Siamo cresciuti fino ad arrivare a sentirci il centro del mondo, o meglio, l’informatica e le sue evoluzioni lo sono diventate. Poche sfumature di questa nuova parola ci hanno resi davvero persone migliori. Ciò che avrebbe solo dovuto farci diventare macchine per facilitare i nostri scopi e le nostre conoscenze ci ha resi davvero figli della sua macchina. Siamo tanti computer che ragionano e si muovono in base a ciò che è “concesso” fare. Noi e la nostra mente siamo limitati a dover reagire e pensare senza poter o dover essere noi stessi. Ribadisco che tutto era nato anche per aprire le nostre persone e le nostre mentalità ad un mondo nuovo. Cercare un miglioramento personale per chi aveva difficoltà a “vivere” se non nella propria casa e con la propria persona. Aprirsi ad opinioni, vite e iniziative personali. Tutto sembra sfuggito. Adesso il “libera la propria persona” ci rende anche peggiori. Tutto ciò dà solo sicurezza al nostro “lato oscuro” perché niente sarà più facile che sprigionare il peggio di sé senza mai affrontarlo con gli occhi.

Siamo gente di frasi fatte e di personalità misera. Amiamo sentirci speciali per ciò che pubblichiamo o diciamo ma non per ciò che diamo o siamo. La serie Tv “Black Mirror” fa emergere l’importanza di quanto l’informatica ci stia cambiando, di quanto non sia semplice affrontare la nostra stessa persona al di fuori di un mondo tecnologico. Non apriremo mai gli occhi fino a quando non verremo davvero morsi dalla nostra coscienza. Dipenderà sempre tutto dalla circostanza e dalla gravità della situazione ma sicuramente fa aprire abbastanza gli occhi da lasciare un vuoto allo stomaco. In Black Mirror ogni episodio riguarda una storia diversa con situazioni diverse, ma ognuna di esse gira intorno all’informatica (in particolare, ai social media) e fa capire quanto siamo schiavi e prigionieri della nostra stessa creazione ed evoluzione. Circostanze che non fanno sentire all’altezza, in cui c’è bisogno di fingere per sentirsi minimamente alla pari e continuare a far parte di una società che ci vuole in un certo modo, e ci permette, di conseguenza, di non scoprire del tutto ciò che di buono ci appartiene.

Black Mirror ci aiuta ad uscire dalla sola ed unica visione positiva del social, soprattutto. Pensiamo di comparire agli occhi della società solo per essere accettati. Poche persone sanno quanto sia importante mostrarsi per come si è senza appoggiare del tutto il cambiamento che ci divora. Siamo purtroppo in una società dove speriamo di poter essere tutti uguali per poter sentirci accettati (nonostante le migliaia di post per sentirci la pecora nera del gregge). Se arriviamo a vedere le cose in modo diverso (e non sia mai ad esporci) veniamo semplicemente considerati “paranormali”, “instabili” e a volte “ignoranti”. Il male non colpisce tanto noi esseri ormai già “maturi” e capaci di scegliere e decidere cosa fare della nostra vita. Il lato oscuro colpisce soprattutto i più piccoli. La mia generazione ricorderà il primo telefonino ai tempi delle medie (prima non era concesso) e quanto potesse essere difficile ammettere la scelta non condivisa dai propri genitori. Ricorderemo la sfida a chi avesse il cellulare più attivo e veloce nella condivisione di immagini via Bluetooth. Era una novità ma niente di particolarmente vitale. Ai giorni d’oggi invece abbiamo a che fare con ragazzini che già alle elementari nutrono un forte interesse per avere tra le mani un telefono. Devono sentirsi qualcuno. Devono confessare un loro “sentimento” (voler bene o amore) solo con un post su Instagram.

Non importa se in giro non ci sia un vero e proprio legame. Non importa se quell’amica non abbia niente a che vedere con il tuo modo di vedere o di essere, ognuno ha solo voglia di essere accettato. Nutre solo un forte desiderio di non essere emarginato. Prevale un bene reso pubblico ma non vero. Prevale, sostanzialmente, il sentirsi amati e mostrati a tutto il mondo invece di una vera e sana chiacchiera per aprire sé stessi. E’ triste il modo in cui siano diventati superficiali i rapporti umani. Ciò che ci distingueva era il modo in cui le emozioni venivano trasmesse attraverso il cuore, gli occhi e la mente e che adesso non hanno più importanza. Era troppo bello vivere in armonia. E’ più “popolare” vivere di like. L’apparenza, che prima si diceva ingannasse, ai giorni d’oggi è semplicemente l’unica cosa che conta (inganna o no, non importa, “ho bisogno di essere e sentirmi qualcuno”).

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Scegliere la propria identità

di Celeste Picchi

Vite di Confine” è il tentativo di Piero Vereni di proporre uno studio etnografico della difficile situazione identitaria della zona balcanica, dallo splendore di un passato mitologico ai 500 anni di dominazione ottomana, fino alla liberazione dal giogo turco e le complesse spartizioni del territorio a seguito delle guerre mondiali.

Il termine Macedonia rispecchia perfettamente lo stato di confusione e mescolanza delle varie culture in questa porzione di terra senza fissa identità nazionale.

Lo studio si concentra in particolar modo sulla zona di confine della Macedonia greca occidentale, dove a seguito di anni di ricerca è stato possibile ricostruire dietro la facciata di una cultura nazionale uniformante, una miriade di frammenti culturali, ricomposti localmente in personali modalità di identificazione e definizione.

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